26 Febbraio - 30 Aprile 2026

VINCENZO AGNETTI - Le regole del ritratto

A cura di Marco Meneguzzo

In collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti

Da un progetto originale di Alida Priori

BKV Fine Art presenta, insieme a UNLØCK, la mostra Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto. Il progetto è uno dei due capitoli di Essere e Tempo, un concept espositivo che mette in dialogo due temi centrali nella storia dell’arte: il ritratto e il paesaggio.

Se per Agnetti il ritratto diventa una riflessione sull’ “essere nel tempo”, la mostra parallela — Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni, a cura di Gaspare Luigi Marcone — indaga il paesaggio come spazio di sedimentazione e memoria.

Entrambi i progetti si ispirano liberamente al pensiero di Martin Heidegger, e in particolare alla sua opera Essere e Tempo (1927). In questo testo fondamentale, il filosofo afferma che l’essere umano non è una presenza fissa, ma un’esistenza che si costruisce nel tempo: una tensione continua tra passato, presente e futuro, mai pienamente coincidente con sé stessa.

“La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità d’esserci”

 

Martin Heidegger

L’IO DISSOLTO

Viviamo nel tempo, certo, ma più profondamente siamo tempo.

È da questa consapevolezza che nasce il dialogo tra identità e temporalità che attraversa, in filigrana, le opere della mostra Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto.

Il progetto mette in relazione la tradizione del ritratto classico con la rivoluzione concettuale di Vincenzo Agnetti, costruendo un confronto che interroga il senso stesso del rappresentare. Un dialogo rigoroso, fedele a quell’idea di bellezza che l’artista rivendicava con nitore:

“Non esiste una cosa bella che non sia calcolata”.

L’esposizione propone un confronto audace tra il genere del ritratto nei secoli XVI e XVII e la ricerca di Agnetti, che annulla la figura per sostituirla con la parola. In mostra, i feltri — superfici scritte, impresse, concepite come dispositivi di pensiero — realizzati tra il 1968 e il 1972, diventano ritratti in assenza, in cui l’artista, tra le voci più radicali dell’arte concettuale italiana, scardina l’iconografia tradizionale: al visibile oppone l’evocazione, alla figura il linguaggio, trasformando il ritratto in un luogo di pensiero dove l’identità non si mostra, ma si lascia intuire. Agnetti afferma l’identità proprio nel momento in cui ne dichiara la scomparsa: l’io si dissolve e il ritratto diviene concetto.

La mostra costruisce un dialogo critico tra la ritrattistica classica, solenne ed emblematica, simbolo di potere e di virtù, strumento con cui il soggetto cerca di sottrarsi alla caducità del tempo: uno sguardo che non invecchia, una postura che non muta, un’identità che pare eterna… Volti che sfidano la morte affermando: “Io sono stato”, ma anche “Io sono ancora qui” e, dall’altra, la sovversione completa del genere. E lo fa attraverso un linguaggio letterario in cui l’artista “costruisce” narrazioni sospese, frasi dense che generano paradossi, ironia e cortocircuiti di senso.

Una ridondanza letteraria in cui la parola diviene protagonista indiscussa negando la presenza e sospendendo il tempo.

Le formulazioni dei titoli come Quando mi vidi non c’ero o Ritratto dell’autore in assenza dichiarano apertamente una frattura, forse insanabile, tra l’io e la sua immagine. Non a caso il percorso espositivo si apre con Ritratto di Dio (1971), opera realizzata su feltro che si configura come un vero e proprio dispositivo concettuale, tanto potente quanto paradossale: Dio, per definizione, è ciò che non può essere rappresentato.

Il soggetto, in Agnetti, non coincide mai con se stesso. L'identità è sempre in assenza, quasi in differita, certamente impossibile da afferrare… Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto porta in superficie una “tensione” antica, ma al contempo attuale, che non è solamente estetica, ma filosofica: quella tra essere e divenire, tra identità e dissoluzione, tra tempo lineare e tempo vissuto. Il tempo, tema su cui Agnetti si confronterà più volte agli inizi degli anni 70, apre qui a riflessioni profonde, da sempre al centro del pensiero filosofico: l’indagine sul senso dell’essere.

Di un tempo non lineare, utopico e antieconomico legato alle pulsioni dell’inconscio e alle istanze dell’immaginario.

Un tema espositivo profondo, un’intuizione sottile appunto, che trae ispirazione dal pensiero di Martin Heidegger.

Per il filosofo tedesco, tra i più influenti del XX secolo, l’essere dell’uomo è un essere-per-la-morte, la cui consapevolezza della propria mortalità diventa l’unico modo per vivere una vita autentica, sottratta all’anonimato e alla banalità del quotidiano.  Per Heidegger, l’esserci – il Dasein (Da= qui, sein= essere) – decide quello che vuole essere nella sua esistenza e lo si comprende in base ad essa, ovvero nelle scelte che effettua di volta in volta e che lo fanno essere o non essere se stesso. È un tempo autentico, articolato in tre “dimensioni” che coesistono, attraverso le quali l’esistenza si comprende come un tutto. E che Heidegger riunisce nel concetto di Cura.

Il passato non è ciò che semplicemente “è accaduto”, ma ciò che il Dasein ha già, come eredità e memoria.
Il futuro non è un generico “non ancora”, ma il modo in cui il Dasein si progetta e orienta il proprio essere.
La finitudine – il presente – non coincide con il momento “ora”, ma con la scelta del modo di stare nel mondo.

Questo modo di “vivere” il tempo, in cui l’esserci è “gettato” in esso, mai completamente presente a sé, ma determinato e orientato all’ “avanti a sé”, è lo stimolo che questo progetto espositivo ci invita ad accogliere. Vivere la mostra (e la vita) non come una linea retta, cronologica, ma come una tensione vissuta, autentica. Un tempo che non si lascia possedere, ma si attraversa, in cui il volto è una traccia fragile dell’essere che si mostra e si ritrae, si fissa e si dissolve in una presenza mai piena. In questa prospettiva il volto non è soltanto ciò che si vede “ora”, ma ciò che resta o si perde del nostro essere nel tempo.

Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto invita così il visitatore a porsi domande radicali:
Cos’è un volto? L’immagine ci ritrae o ci tradisce? È forse la parola e non l’immagine a sfiorare la verità di chi siamo?

Come nel pensiero heideggeriano, in cui il Dasein è sempre un po’ prima e un po’ dopo di sé, anche per Agnetti non siamo nel tempo. Tuttavia, a differenza di Heidegger, che intravede nella “Cura” la possibilità di un’esistenza autentica, Agnetti non offre risposte anzi… estremizza il pensiero fino a negare ogni possibilità stessa di autenticazione, rifiutando la soggettività stessa. È un negativismo esistenziale, fatto di ombre concettuali in quanto non c’è modo di appropriarsi del proprio essere temporale, perché mancando l’immagine manca la possibilità di un confronto con la morte, negando a chi osserva ogni via d’uscita ontologica. Anche il materiale diviene parte del linguaggio concettuale. Il feltro, opaco e silenzioso, impersonale e antinarrativo, diventa un dispositivo di pensiero: assorbe la luce come la memoria assorbe il tempo, trattenendo la traccia dell’identità proprio nel momento in cui questa svanisce.

Le parole impresse diventano epigrafi di un pensiero assente, segni di una presenza perduta. Così attraverso l’incontro tra immagine e parola, tra passato e concettualismo contemporaneo, la mostra si configura come un’esperienza poetica e di riflessione: non siamo nel tempo, siamo tempo. Il risultato sono opere che si presentano sì come ritratti, ma ne escludono ogni tipo di rappresentazione. E ancora ritorna il pensiero di Heidegger. Come per il Dasein, anche qui l’identità non si dà come oggetto, ma si esprime nella sottrazione e nella non-coincidenza con sé.

Agnetti stesso ne parla: “Il volto è lì, te lo vedi di fronte, con tutto il suo essere stato, di essersi dato, capito, lasciato, insomma un volto dipinto da Rembrandt, per esempio, non è solo un volto. Esso è un involucro, un raccoglitore che rivela magicamente il tempo giusto, vissuto, goduto, sbagliato, dimenticato, di una data persona”.

Forse ogni ritratto — antico o contemporaneo — non è più solo un volto da guardare, ma il segno visibile di una tensione continua, quella tra l’essere e il tempo, e in questa mostra i feltri di Vincenzo Agnetti, i ritratti antichi e il pensiero di Heidegger si intrecciano per invitare il visitatore a interrogarsi sull’essere — o, più radicalmente, sul senso dell’essere — spingendolo a guardare le opere non come semplici oggetti nel tempo, ma come manifestazioni del tempo stesso. Un tempo che non si misura, ma si assume: quello in cui l’essere umano si comprende come possibilità, nel progetto verso la propria fine.

Alida Priori By UNLØCK